DELL’APPARENZA FENOMENICA
Nonostante le ragguardevoli conquiste ottenute dalla fisica quantistica nel secolo trascorso, la mentalità scientifica non è ad oggi ancor in grado di squarciare l’illusorio velo che separa il transitorio dal Reale, poiché ostinata nel voler catalogare formalmente quel che invece è pura energia plasmabile, occultamente collegata alla struttura psichica umana.
Le molte teorie redatte e dimostrate in laboratorio — ovvero tramite l’osservazione di fenomeni indotti artificialmente — vengono interpretate seguendo canoni separativi dettati dalla mente concreta che, pur essendo congegno senz’altro idoneo a sommare pesi e distanze collocate nel tempo, mostra il proprio limite nel momento stesso in cui tenta di approcciare, separando e incasellando, l’unitario altare della creazione.
Il mondo scientifico, dunque, e con esso la miope mentalità post illuminista, non potendo accedere a risposte circolari che comporterebbero un profondo cambio di rotta anche etico, si accontenta di porre l’atomo a origine del tutto. E buonanotte.
Eppure, ogni essere umano che sia giunto ad un determinato tratto del cammino, riconosce nella manifestazione il riflesso del mondo delle Idee. A quel punto, mentre si sofferma ad osservare lo Spazio, avverte di non esserne separato. Realizza così all’istante che quel profondo senso di unione oltrepassa la visione ingenuamente “esterna” di un creatore che starebbe fuori dal creato, generando prima la fisicità dell’universo e poi l’uomo, e lasciando il mondo come un ente autonomo, slegato dalle coscienze che lo esperiscono.
Quel che egli sperimenta è invece l’esatto contrario, poiché percepisce con cristallina certezza che ciò che sta osservando non è a lui esterno e indipendente. Egli è avvolto dalla propria interiorità vivente: ora sa di contenere lo Spazio mentre, nello stesso istante, lo Spazio lo contiene e accoglie.
Tale rivelazione lascia dapprima sgomento il pellegrino ma, in seguito, lo incalza guidandolo alla scoperta, mentale e cardiaca, della mirabile dinamica che consente alle idee di combinarsi in formule per poi divenire infinite forme.
L’ORIGINE DEL MISTERO
L’apparenza fenomenica, poiché esteriorizzazione della Mente originaria (ovvero della totalità non separata), non può evidentemente vedere la propria origine nella materia stessa.
Le entità atomiche o, per meglio dire, psichiche, che la compongono, appaiono in realtà all’osservatore in qualità di anello intermedio e traduttore, posto tra l’architettura dualistica della mente concreta e l’unità insita nei principi originari.
La sostanza atomica, donando corpo all’universo nell’attimo stesso in cui lo illumina, concede perciò la propria vibrazione indifferenziata alla mente concreta, prestandosi ad essere scolpita e plasmata tramite — qui si suppone — il dialogo domanda-risposta, per così rispecchiare e tradurre ai sensi (anch’essi, come il corpo fisico che ci ospita, creazione istantanea dell’apparenza) le leggi del sovrasensibile. Nascerebbe così, entro il nostro involucro psichico, il piano fisico cosmico.
Il fenomeno della molteplicità qualificata appare perciò, allo sguardo della mente, tramite una discesa e una risalita simultanea e non suddivisibile in “prima e dopo”, capace d’immortalare l’istantanea, in costante divenire, del rapporto vigente tra l’Uno indifferenziato e la struttura psichica in evoluzione dimorante sul piano fisico.
Il tema è alquanto delicato poiché difficile è realizzare che, ingigantendo al microscopio il creato, si giunge ad un livello in cui gli oggetti osservati non si mostrano più, come il raziocinio vorrebbe, sotto spoglie fisiche, ma, in quanto fenomeni frutto di un rapporto dinamico e circolare, in veste astratta. Detta astrazione è conseguenza di un’interazione che prevarica il pensiero canonico, poiché, nella triangolazione osservatore-onda-particella, uno dei tre vertici (l’osservatore) è rappresentato proprio da colui che è in grado di determinare la natura intercambiabile degli altri due.
Le entità atomiche e subatomiche, nominate impropriamente “mattoncini della materia”, quasi possano dunque sussistere anche in assenza di un osservatore, andrebbero indicate quali chiavi di volta, attive nel dialogo tra immanifesto e manifesto, anziché essere collocate a fondamenta dell’apparenza. Esse rappresentano una terra di mezzo, simile a uno specchio a due facce, il cui unico scopo è quello di condensare in sé, espandendoli nello sferico e tridimensionale involucro dell’apparenza, gli universali, per poterli così mostrare formalmente, in una sorta di ologramma, all’osservatore incarnato.
La scienza si vede da sempre relegata a vagare tra gli effetti, poiché incapace di penetrare nei mondi astratti ove ha causa il sottile dialogo atomico, e ove dimora l’intrinseca e dimostrata capacità d’interazione che permette alle particelle, una volta stabilito un primo contatto, di restare, in ogni luogo e in ogni tempo, in eterna relazione, mantenendo conseguentemente in comunione il divenire dell’intero universo, di tutti gli esseri e di tutte le ere.
È altresì noto che la medesima particella possa assumere sia natura ondulatoria che corpuscolare. Detta caratteristica induce allo sconforto il materialista che vorrebbe poter credere che nell’atomo un seppur infinitamente piccolo granello di concretezza debba pur sussistere.
Le particelle possono inoltre interagire descrivendo, su diagrammi spaziotemporali, delle “linee d’universo” che, rivelando l’effettiva quadridimensionalità della materia, palesano il loro poter muovere indifferentemente avanti o indietro nel tempo. Viene perciò abbattuto il muro che descrive la consequenzialità temporale quale caratteristica della logica terrena. Tale apparente insensatezza pone il tapino di turno di fronte ad un altro grande enigma, costringendolo ovvero ad accettare, in linea teorica, che lo scambio di particelle possa avvenire anche prima che esso stesso abbia avuto inizio: il figlio precede e genera il padre. E chi glielo spiega?
Queste e altre ben note teorie — sulle quali non ci dilunghiamo — avanzate sia in campo quantistico che relativistico, ci consentono di introdurre, sotto una nuova luce, l’osservatore che, secondo la linea di pensiero qui avanzata, agisce perciò in qualità di “scultore” capace di condensare e qualificare un quanto di energia, traendolo dalla sostanza indifferenziata del campo, così come, viceversa, d’immaginare il campo d’influenza necessario al respiro di un centro formale, per poterne determinare l’apparire.
In effetti, così come lo spazio può essere descritto quale ente negativo e ricettivo capace di vibrare, di accogliere e di mostrare le forme, può anche essere interpretato quale agente attivo e in grado di partorire, nella veste di stampo, un centro. È questo il dialogo che, frutto dell’intercambiabilità tra particella e onda, quale “palindromo” rivelante l’illusoria separazione dell’unità, pur divenendo accessibile alla mente astratta e inclusiva, relega al settarismo la mente concreta, destinata invece a propendere per una sola metà della mela, alimentando e mantenendo costantemente in tensione lo spaziotempo.
Addentrandoci nella realtà subatomica, ci avviciniamo sempre più al confine che separa il mondo del manifesto dall’Entità entro la quale il non espresso giace in qualità di puro potenziale. È invero opera alchemica e non razionale quella che ci consente di lambire la natura di un Centro, ch’è dimora indifferenziata dell’inizio e della fine, del Nord e del Sud, dell’errore e del ravvedimento, delle vette e degli abissi.
Comprendiamo dunque che l’occuparsi di questo mistero non significhi esclusivamente sondare il mondo dell’infinitamente piccolo, poiché l’inafferrabilità del dialogo tra particella e onda rappresenta, per analogia, la matrice stessa di tutto ciò che, percepito come esterno a noi, appare invece in un luogo senza dimensioni entro la nostra calotta cranica: il cosmo infinito, le stelle, i pianeti, la stanza che ci accoglie, la persona vicina, così come il tavolo e la sedia che ci sostiene; tutto quanto è frutto di un flusso continuo capace di creare e ricreare in ogni istante il divenire di entità racchiuse in un’immagine, e di alimentarle di bel nuovo mantenendole in espressione.
Sotto questa luce, il big bang stesso, come accademicamente descritto, in quanto avvenuto in assenza di un osservatore fisico, non avrebbe in realtà mai avuto controparte manifesta. Quel che possiamo osservare oggi in cielo e in terra è l’effetto materializzato, e aggiornato in ogni istante, di un evento originario che non avvenne sul piano fisico ma che il fisico rivela, traducendone gli effetti nel presente eterno. Il big bang è in ogni istante.
Si sta ipotizzando inoltre che lo Spazio non si estenderebbe in luoghi lontani e disabitati dall’osservatore, poiché vive, vibra e si mostra alle e nelle nostre menti. L’infinito finisce esattamente laddove non è più pensato e osservato, ma si aggrega altresì infinitamente attorno ad ogni unità di coscienza, rispecchiandone l’interiorità.
Il mondo scientifico, dal canto suo, attribuisce sì all’osservatore l’innegabile capacità di influenzare la struttura atomica, ovvero di determinare il dualismo particella-onda, ma non si spinge oltre la triangolazione osservatore-particella-onda, formulando ipotesi affascinanti, sorvolando però sull’idea di un Pensiero ordinatore (interno al tutto, non “fuori”) che sovrintende e determina il mistero celato dall’apparenza fenomenica.
Così vagando, la scienza eleva di fatto la materia a ente causante, negando l’impossibilità di poter creare forme (e figuriamoci di generare vita) in assenza di una struttura ordinatrice che determina e governa.
Onda e particella discreta, pur esprimendo una sola realtà, vengono nominate come separate. Possiamo però, ampliando la visione, riunire in un unico vertice, capace di esprimere la totalità della sostanza fisica, la coppia particella-onda. Il rapporto non diviene altresì binario, in quanto il terzo vertice è occupato dal Principio ordinatore: la causa interiore a tutto ciò che appare.
Il mistero dell’apparenza, come qui contemplato, non ergendosi perciò sul rapporto psiche-sostanza ma sulla triangolazione Idea-sostanza-psiche, assume la veste di Risultante.
Le particelle subatomiche non dovrebbero essere dunque considerate quali oggetti concreti, ovvero come un insieme di piccoli corpuscoli puntiformi separati tra di essi e capaci di mantenersi autonomamente in manifestazione anche in assenza di un osservatore, ma rappresenterebbero, così come l’intero universo fisico, una porta metafisica priva di dimensioni che, collegando i due mondi, si mostra traducendo e cristallizzando i codici dello spirito.
La sostanza atomica è perciò espressione di un Centro di interscambio tra Idee (3° Raggio) e Mente (5° Raggio), ovvero di un luogo che c’è ma non c’è, e che s’ipotizza possa essere retto dal 4° Raggio. Al centro poniamo, per il momento, l’osservatore.
DELL’EVOLUZIONE
La fisicità (qui contemplata senza distinzione tra eteri, elementali e particelle subatomiche) esiste ma non sussiste e, in quanto espressione di una risultante avente natura allegorica, svolge la propria missione collegando l’essere al divenire e questo a quello, all’interno di un eterno dialogo attivo tra monade (nella sua funzione attrattiva) e persona.
Tale relazione innesca l’evoluzione di un terzo elemento intermedio che, una volta adempiuto alla propria missione, è destinato a dissolversi: l’anima. L’interazione, anch’essa ternaria, permette, tramite l’esperienza fisica e la conseguente saturazione della sostanza inerente a un determinato principio, sia l’instillazione di nuove impressioni provenienti dal livello superiore verso la persona, sia il trasferimento del distillato d’esperienza da questa agli atomi permanenti posti nel corpo causale.
Così come la forma è generata dal Logos (qui inteso come “principio ordinatore”), il Logos, che è Suono, nasce dal Silenzio: nell’interludio tra il Silenzio e la nascita del Suono qualcosa accade. Ipotizziamo perciò che quel “qualcosa” assuma le sembianze dell’osservatore.
L’Osservatore originario, con tutti i suoi figli, sarebbe dunque l’artefice della primordiale interna tensione indotta dal Desiderio di ri-conoscersi. Il Suo corpo è rappresentato dal nostro stesso “ambiente mentale”, entro il quale muoviamo e siamo, e che illusoriamente percepiamo a noi separato ed esterno: l’universo.
È alquanto vano ricercare nelle parole la descrizione di quel dirompente atto di Volontà e Amore che vede, in ogni istante eterno, l’Origine sacrificare la propria quiete partorendo se stessa nello Spazio e nella Luce, ovvero in quel che solo la molteplicità, che è luce, può mostrare, per poi alfine attrarre i cuori di tutti gli alter ego generati nuovamente verso casa.
La luce fisica (luce fenomenica), separa, moltiplica e descrive, inducendo così il divenire dell’anima che, per “autodifesa”, imbocca la via del conoscere per tornare a Essere.
La luce fisica, sia chiara sia oscura, è sostanza mentale ed è la materia. La luce è perciò l’apparenza fenomenica generata all’interno dello spazio mentale dell’individuo e forgiata dall’osservatore, tramite l’energia scaturita dalla tensione differenziale. Lo strumento fisico di disegno, utilizzato a mo’ di scalpello dall’osservatore, è la particella discreta.
La percezione sensoriale (che è tensione) è, sia causa che effetto dell’apparenza in quanto ciò che è percepito come esterno è il contenuto stesso della coscienza.
Mente e apparenza fenomenica sono una sola realtà che rivela ed include l’Idea causante.
L’apparenza fenomenica è la risultante fisica del principio evolutivo.
Mentre stendiamo questi pensieri, prendiamo atto che, nel triangolo precedentemente disegnato, le entità nominate ai vertici quali Idea, Sostanza e Mente, son divenute sinonimi. La sostanza atomica è la sostanza mentale. Ora i tre vertici si fondono in un unico Centro, ove le Idee convergono nella sostanza della mente dell’osservatore divenendo l’apparenza fenomenica.
Come descritto nell’introduzione, quel senso profondo di unione con lo Spazio trova ora una, per quanto astratta, descrizione. Osserviamo la nostra mente.
A questo punto, pur consci dell’unità che rende ogni vertice alternativo all’altro, possiamo tentare di stendere come ipotesi, utilizzando la geometria della Stella a 6 punte, l’insieme dei principi che, posti su di un Piano, permettono l’esteriorizzazione dell’apparenza fenomenica.
Perciò, proseguendo, la mente inferiore, la cui metafora è la caduta dall’Unità, diviene lo strumento creatore acceso dal desiderio di Colui nel quale viviamo ci muoviamo e siamo, volto a mantenere la fiamma della Vita accesa: l’essere è causa del divenire e il divenire è causa dell’essere.
Il Seme iniziale torna ad essere il medesimo Seme. Nessun processo evolutivo superiore è racchiuso nel Ciclo dei cicli. Ogni fase evolutiva rappresenta un orizzonte transitorio già percorso e sondato infinite volte.
IL DIFFERENZIALE CREATORE — LA COSTANTE DI TENSIONE “KT”
Queste righe sono scritte nell’intento di sondare la matrice numerica, la cui essenza geometrica giace nella relazione tra cerchio e quadrato (quale espressione del rapporto tra spirito e materia — monade e persona — ispirazione/intuizione e mente concreta), e che è effetto della tensione differenziale causata dall’impossibilità di interpretare, nel dualismo terreno, rappresentato dal quadrato, il Pensiero sintetico che dal Centro si espande al cerchio.
Detta costante di tensione o differenziale creatore, si è ipotizzato veda la propria origine nella diseguaglianza vigente tra la coscienza assoluta e il piano mentale inferiore, bisognoso invece di ricongiungersi all’unità tramite l’obbligata interiorizzazione esperienziale delle leggi universali che vestono le forme e ne governano i loro rapporti tramite le leggi fisiche.
Prende perciò corpo l’ipotesi che la continuità immutabile racchiusa nello 0/0, che diviene poi unità molteplice nel Lambdoma, non sia perfettamente “complanare” al dualismo manifesto, il quale, proprio per mantenersi in espressione, debba restare, quasi fosse rallentato da un denso habitat forgiato da illusorie distanze, insondabile.
Seppur entro i limiti dello stesore, si considereranno ora le connessioni tra le entità numeriche che, in quanto irrazionali, negano alla mente la quadratura del cerchio, e interrompono la continuità dell’Essere causando la “frattura” del silenzio, ovvero l’apparire del divenire spaziotemporale.
Viviamo una dimensione creata da un potere indicibile, capace di partorire l’apparenza entro la “caverna platonica” di coloro che, per necessità, portano sulle spalle la croce del divenire.
Proprio per i confini dettati dall’illusione tridimensionale, e nell’impossibilità di concepire sul piano fisico l’assenza del tempo, il raziocinio umano si vede costretto a constatare — avvallato dal rigore matematico figlio della stessa mente che causa il fenomeno osservato — che lo spazio fisico sia curvo.
La Realtà che sovrintende sia l’essere sia il divenire, sappiamo essere un unicum entro il quale le due facce della stessa medaglia convivono. Tuttavia, il Reale, nel momento stesso in cui decide di frammentarsi, apparendo entro i limiti d’interpretazione dettati della natura umana, necessariamente e per poter mantenere in espressione la propria essenza, pare induca se stesso a un’inevitabile adattamento che consiste sia nell’assunzione di una doppia polarità, sia, soprattutto, nel divenire percepibile tramite sequenze temporali.
È proprio il fattore cronologico a rendere ancor più difficoltosa la risalita all’origine poiché, per quanto complesso sia lo scorgere l’unità tra gli opposti, ancor più arduo è il contenere mentalmente, in un’unica visione sintetica, il percorso che obbliga la triplice natura umana a ricongiungersi al Centro tramite un divenire evolutivo composto da infinite possibili ramificazioni intermedie.
La coscienza incarnata, succube dell’illusione del tempo, genera attorno a sé un mondo in cui la velocità curva lo spazio, poiché, ancora incapace di creare un mondo a 4 o più dimensioni, è costretta ad immaginare e cristallizzare distanze e masse. Lo Spazio cosciente in cui invece le direttrici sostituiscono le distanze, vede annullata sia la velocità sia il tempo, divenendo invero all’istante un Centro.
Parrebbe perciò essere proprio la strana incongruenza, indice della natura prettamente spirituale della Sostanza, contrapposta alla “non spiritualità” del tempo, a generare l’impossibilità di giungere alla quadratura del cerchio, che è causa ed effetto della tensione creatrice, ovvero del “prima e del dopo” e del “destra e sinistra”. Cerchio e quadrato, così come monade e persona, esprimono geometricamente quel dialogo tra i due piani che, pur restando unitari, non potranno mai combaciare se non quando, annichilendosi vicendevolmente, verrà traguardata dalla coscienza in divenire, la parità con la Monade.
Per poter proseguire, di seguito riportiamo in forma aggiornata, la conclusione di uno scritto intitolato “La teoria della percezione”, risalente a 7 anni or sono, ove in calce si leggeva: “segue seconda parte”. In quelle pagine, nelle quali ci occupammo della quadratura del cerchio per tramite un rettangolo sintetico, venne introdotta la costante di tensione che è oggi oggetto di questo esercizio:
…“La prima meraviglia consta nella rilevazione del passo, ovvero del rapporto, che collega, all’infinito, il quadrato al cerchio e questo a quello. Tale prodigio è √2. Essa relaziona il Cielo alla Terra ed è per questo collegata all’anima. Si differenzia da π, per il fatto che √2 rapporta, mentre π, uscendo dalla forma, annulla le differenze.
Se perciò disegniamo un cerchio avente raggio 1 e costruiamo attorno ad esso un quadrato ed un nuovo cerchio, scopriremo che il raggio di quest’ultimo è pari a 1 × √2, ovvero √2 (1,414…). Al passaggio successivo il raggio diviene esattamente il doppio rispetto a quello di partenza, ovvero 2. Ogni due passaggi, dunque, il raggio si raddoppia (4-8-16…). Inoltre quella che è la diagonale del quadrato, avente come lato il raggio, è pari alla lunghezza del raggio del cerchio successivo.
√2, ovvero il dialogo tra cielo e terra, è un generatore di ottave. Ogni due passaggi, il raggio del cerchio e il lato del quadrato si raddoppiano (e con essi il perimetro delle figure) ma ne basta solo uno per raddoppiare o dimezzare l’area.
Ciò significa, per analogia, che un approccio esteriore e superficiale (perimetro-distanze-tempo) nell’osservazione delle forme o dei fatti, comporta un divenire che, se connesso a radice di 2, conduce a una soluzione in 2 atti, lasciando perciò occultato e inconscio il passaggio intermedio: la tendenza futura resta ignota.
Quando altresì analiziamo spazialmente le questioni (area), ovvero concettualmente, qualcosa cambia, quasi ad indicare che lo spazio, anche se limitato da un perimetro, possa esprimere in forma più diretta le qualità di un ente. L’ottava dell’area non crea infatti altri intervalli intermedi o, in altre parole, altre tensioni, annullando perciò ogni differenziazione tra grandezze, poiché le aree si rivelano da subito in rapporto d’ottava.
Per ricavare il valore dell’area del quadrato e del cerchio dobbiamo elevare al quadrato i segmenti lineari (lato o raggio); perciò qualcosa di misterioso deve pur esser celato da questa operazione.
Proseguiamo: quadrare il cerchio significherebbe costruire geometricamente, cioè contenere mentalmente, una figura ove le 2 aree esprimono la stessa quantità. L’operazione risulta impossibile, anche se, in ogni caso, i due enti geometrici restano meravigliosamente connessi tramite rapporti numerici.
La costante, ad esempio, che collega all’infinito le loro aree è π/2 (qui denominata KTa — costante tensione area). Il rapporto tra cerchio e quadrato esprime, si è detto, il dialogo monade-persona. Tale differenziale di coscienza farebbe apparire la manifestazione quale fonte di evoluzione.
Se siamo sulla giusta strada dobbiamo ora rintracciare l’elemento anima, che è veicolo intermedio e di sintesi equilibrante. Dopo vari tentativi si è giunti alla figura geometrica descritta di seguito.
Il rettangolo ABCD unisce il cerchio avente raggio 2 (AD) al proprio fratello minore (con raggio AB pari a 2/√2 = √2), passando per il quadrato intermedio. L’area, ovvero il cuore, di questa sublime geometria è √8. La sua diagonale, o spina dorsale (AC), è √6: la Comunione in terra.
Cosa starebbero a indicare dunque queste sequenze di numeri interi sotto radice? Si va cercando relazioni tra Idee e forme, passando per formule geometriche. Quando perciò si coglie un’idea e la si contempla, lasciandola nel sito a-formale nel quale vive, la si conoscerebbe quale numero intero. Quando però la percepiamo nella sua veste terrena ci vedremmo inconsciamente costretti a rivestirla con un “mantello” fatto di radice quadrata.
Ciò svelerebbe anche un altro mistero: per portare verso il cielo una distanza succube del tempo, la si deve dunque elevare al quadrato, trasformandola da segmento a Spazio: da mente a cuore. Ecco perciò un collegamento con l’equazione E = mc², ove appunto la velocità della luce (che alle illusorie distanze, ovvero ai segmenti, è riferita) viene elevata al quadrato.
Torniamo ora al rettangolo rappresentato in figura: per comprenderne totalmente la bellezza dobbiamo compiere un nuovo passaggio. Ci siamo chiesti quale fosse il rapporto costante, non solo tra le aree, ma anche tra il perimetro del cerchio e quello del quadrato. Tale tensione è pari a π / √8, poiché dividendo il perimetro del cerchio (ad esempio avente raggio pari a 2) per il perimetro del quadrato inscritto otteniamo:
A questo punto assegniamo alla figura — creata all’interno di un cerchio con raggio pari a 2, avente altezza 2, base 2/√2 e area √8 (il Corpo-Ponte) — il compito di risolvere la tensione differenziale tra cielo e terra.
Per far questo moltiplichiamo il suo spazio interiore (√8) per detta tensione costante. Il risultato lascia spazio solo al silenzio: π.
Questa parrebbe poter essere la natura geometrica dell’Anima, del ponte. Quando essa è posta all’interno di un campo d’amore, qual è il cerchio con raggio 2, rivela il suo stato perfetto. Ora sappiamo che il “Corpo √8” è intermediario in terra di π. La sua verticale è il 2 naturale. Nell’azione orizzontale, nel suo divenire, è invece √2 (amore in terra).
+ + +
Riprendiamo ora il cammino integrando con nuovi appunti quanto iniziato anni addietro. Abbiamo portato l’attenzione verso i due coefficienti differenziali costanti, espressione del rapporto tra i perimetri di cerchio e quadrato (KTp = π/√8) e tra le loro aree (KTa = π/2), per poter così sondare meglio la loro natura. Applicando la teoria secondo la quale, elevando al quadrato un numero, lo si estrae dal dualismo del mentale inferiore, constatiamo che il risultato esprime innegabile bellezza: il “rapporto tra i rapporti” (elevati al quadrato) è pari a 2.
Ovviamente se non eleviamo al quadrato i coefficienti di tensione otterremo √2, che ancora una volta si rivela essere elemento di congiunzione tra Idea e forma.
√2 è sintesi delle due costanti (perimetrali e spaziali), ed esprime, portando con sé, sia le tensioni differenziali creatrici, sia la Via che le risolve: il 2. Per accedere al Mondo del 2, ovvero ai mondi superiori, sappiamo quanto sia necessario abbandonare la mente concreta per poterci così, per l’appunto, “elevare”: elevare al quadrato.
Cosa significa dunque, in senso operativo, elevare al quadrato, ovvero moltiplicare per se stessa un’entità? Ciò che parrebbe un’azione quantitativa è dunque in realtà una trasfigurazione qualitativa: un salto di livello. Quando volessimo perciò trovare la nostra vera essenza, dovremo moltiplicare noi stessi per noi stessi. Solo così permetteremo a quel che è nel profondo di affiorare e di mostrarsi in superficie. Troveremmo la nostra vera veste, che è unità tra Monade e Persona.
Il cerchio e il quadrato sono perciò in essenza (ovvero quando osservati entro il mondo delle Idee) in rapporto d’ottava: l’uno il doppio dell’altro, e dunque uguali. Quando invece vengono immersi nello spazio-tempo, ovvero osservati dalla mente concreta entro l’apparenza fenomenica, si esprimono tramite una doppia tensione (KTp e KTa) pur restando in armonia grazie a √2.
A conferma di quanto il 2 sia, entro il piano fisico, occultamente attivo, anche se inesprimibile, scopriamo che i due coefficienti di tensione, sempre elevati al quadrato, ma poi moltiplicati per sezione aurea (φ), sfiorano il 2 e il 4. Siamo altresì certi che, se si potessero conoscere con esattezza i valori di π e di φ, il risultato finale corrisponderebbe con rigore ai numeri naturali.
Se il rettangolo √2 pare rappresenti la forma geometrica dell’Anima (elemento spirituale orientato verso “terra”), quale potrebbe essere invece la figura geometrica capace di descrivere il rapporto Persona, Anima e Monade? Abbiamo cercato risposta nell’ellisse.
Un’ellisse avente semiasse maggiore pari a 2 e semiasse minore pari a √2 sviluppa un’area: 2√2π, ovvero 8,885765… che è per l’appunto π√8. Tale valore numerico equivale a 8 moltiplicato per il coefficiente di tensione tra i perimetri KTp. Ancora una volta il coefficiente torna a mostrarsi ma, in questo caso, non “congiunge” il rapporto tra le linee dei perimetri ma tra gli spazi. Ciò equivale a dire che il perimetro di un quadrato, lato 2 e pari a 8, moltiplicato per KTp, non solo diviene il perimetro del cerchio che lo include e accoglie, ma esprime anche l’area dell’ellisse ad esso collegata.
Se, a questo punto, introduciamo un nuovo differenziale, ricavato dalla differenza tra 2 e √2 (2-√2=0,5857…), e poi lo sommiamo a KTp (differenziale tra perimetro cerchio e quadrato) otteniamo una risultante pari a 1,696… Applicando allora la regola che “elevando al quadrato si palesa l’essenza”: 1,696…² = 2,878… che è pari a: 2√2.
L’uovo monadico include e dissolve ogni tensione.
Stiamo dunque ipotizzando che il 2, ovvero la perfezione indifferenziata del Centro che diviene Campo, non possa esprimersi nell’apparenza (mente concreta) sotto forma di unità, restando perciò percepibile, in qualità di numero intero, al cuore ma non ai sensi. Quel che vedremmo invece attorno a noi, come frammentato seppur perfetto, una volta allineati interiormente al 2, sarebbe un Cerchio sotto radice quadra (ovvero √2) con tutte le sue infinite forme decimali: 1,4142135…
L’umanità oscilla tra cerchio e quadrato, percependo e creando, e creando e percependo, fisicità incluse tra 1,414.. (√2) e 1,570… (√2·KTp), valore quest’ultimo, che, elevato al quadrato, esprime la meraviglia del 2√2. Muoviamo perciò le nostre membra in una realtà che, pur esprimendo il 2, si vede narrata e interclusa tra √2 e 2√2.
La magica frammentazione vede il 3 quale principio causante ed il 5 nella veste di Entità operante. La radice di 5 è strettamente collegata all’altra mirabile entità capace invece di “trascrivere” i principi celesti in terra: φ.
Il 5 rivela, aggrega e disciplina il manifesto ed è, a differenza della Triade superiore, Numero connesso alla forma capace di mostrarsi nella forma stessa.
A puro scopo d’esercizio si richiama l’immagine di uno schema 5×5 riportante una frase palindroma, quale matrice capace di descrivere nella forma l’astrazione del Reale. Qualora la mente riuscisse a quadrare il cerchio, ovvero giungesse a descrivere, senza veli, la terra nel cielo ed il cielo nella terra, tutto apparirebbe, seppur formalmente diverso, come in realtà è: interconnesso ed Unitario.
Perciò, così come risulta vano, nella Babele del pensiero concreto, descrivere l’unità tra causa ed effetto, l’immutabile continuità dell’essere non può essere interpretata (se non collegandosi in astratto all’Ordine del Numero) entro il dominio della dualità, poiché la frammentazione dell’Uno, percepita dal punto di vista personale in sequenze lineari, temporali e quantitative, obbliga l’osservatore alla ripartizione delle qualità, e con essa alla perdita della visione d’insieme.
Nessun oggetto o essere, per quanto qualificato da un determinato principio, sarà mai in grado di esprimerne la totalità. Ogni entità deve perciò sempre lasciare, per poter così mantenere intatto l’equilibrio del Tutto, un frammento di sé racchiuso altrove.
Quest’eterna mediazione, quantitativa e qualitativa, è la legge che governa il mentale inferiore, ed è per questa ragione che il pensiero concreto, che si sviluppa collegando tra di esse le forme del mondo (e che è le forme del mondo) è dapprima vittima e carnefice delle forze portatrici del principio separativo e, in seguito, preda del serpente tentatore.
Il pensiero separativo è causa di settarismo emotivo, vibrazione che instrada verso il successivo passaggio psichico, che è la tentazione e il dubbio; condizione mentale questa che riconduce obbligatoriamente a una scelta di parte e, con essa, ad una nuova separazione.
Tale è il movimento ciclico, effetto e causa dalla costante di tensione, tramite la quale si mantiene in espressione l’apparenza fenomenica: false convinzioni, abitudini mentali, seguite da instabilità e ricapitolazioni, nutrono la continuità del dialogo domanda e risposta. L’apparenza fenomenica esprime la totalità cristallizzata del dialogo domanda-risposta.
Uscire in libertà dalla scacchiera e dalle sue regole, significherebbe porre fine al piano fisico.
Anche la teoria della relatività, dal punto di vista scientifico, demarca e dimostra il limite invalicabile entro il quale la mente muove, in quanto indotta a considerare, come manifestazione esteriore, la forma stessa dei propri pensieri, nonché delle leggi che li governano. Tale contenuto è suddiviso in forme pensiero universali, personali, di gruppo, di razza ecc. Sono inoltre ivi comprese le cristallizzazioni in decadimento provenienti da cicli passati, che possono perciò trovare nuova risonante linfa mentale, e così protrarsi in espressione.
Einstein ha navigato lungo il confine della matrice dell’apparenza e, nel tentativo di imbrigliare lo spirito stendendolo su di un piano — confermando perciò l’esistenza del differenziale di tensione qui ricercato — ha espresso matematicamente quel che è simile all’attività mentale, ovvero a questo continuo “tirare” lo spazio verso il tempo e questo verso quello, giungendo a far combaciare i due enti solo a patto di curvare il campo.
Si palesa così, in un’equazione, il limite entro il quale la mente duale muove, poiché costretta a ricreare quel che traduce quando è alle prese con un lenzuolo troppo corto (velocità-distanza) rispetto all’infinito materasso (Campo).
La scienza è inoltre focalizzata su risultati di laboratorio che potrebbero aiutare a comprendere il “mistero dell’asimmetria tra materia e antimateria”. Perciò, anche l’antimateria (contraltare sul piano fisico della polarità opposta all’apparenza) sarebbe presente in quantità “asimmetrica”. L’antimateria, si aggiunge e qui si ipotizza, si scoprirà possa non esprimersi spazio-temporalmente.
DEL CENTRO DETTO MATERIA
Ricapitolando, la tesi è dunque la seguente: per osservare il Volto dell’Origine all’interno del nostro spazio mentale, siamo indotti a separare quel che è inseparato.
Nell’adempimento della nostra funzione, quali osservatori, diveniamo strumento atto a condensare, ovvero illuminare, le Idee “stendendole” poi su di un piano sferico che indica, tra l’altro, nelle distanze, la “lontananza” interiore attiva tra l’osservatore-umanità e le qualità ancora lungi dall’essere interiorizzate: infinite Monadi che ci appaiono distanti nel cielo sotto forma di stelle. La nostra parte migliore, il nostro nucleo supremo è, dalla coscienza personale, materializzato lontano, quanto lontano è nel divenire il nostro ricongiungersi al Principio.
Nello svolgimento dell’eterno rituale l’Origine non si dividerebbe affatto in spirito e materia, ma porrebbe in essere una sorta d’introspezione originaria (l’apparenza fenomenica) al fine di potersi osservare e ri-conoscere attraverso le percezioni provenienti dal suo frammentarsi in miriadi di centri di coscienza in divenire (Monadi), per poi ricongiungersi nuovamente a se stessa (tramite l’Anima), “smaterializzando” dallo spazio mentale le forme generate (mente concreta — persona) i cui principi sono ora riconosciuti e interiorizzati.
L’immagine generata nell’involucro mentale, essendo perciò l’interiorità del Centro, non può avere alcuna concretezza; ove per concretezza s’intende dimensione permanente e autonoma.
Sussistenza, autonomia, località, dimensionalità e consistenza sono le armi della grande illusione.
E allora, da cosa o da chi sarebbe dunque sorretta la materia? Molte false certezze verrebbero meno se l’umanità comprendesse che il mondo percepito nello stato di veglia e che appare come esterno e separato, è in realtà da noi aggregato interiormente secondo la stessa modalità del sogno.
Non ci appaiono forse reali e solidi gli oggetti dei nostri viaggi notturni?
Chi creerebbe quel mondo, rendendolo tangibile, per poi farlo svanire?
Donde proverrebbero i vasti spazi che appaiono e scompaiono all’interno dell’involucro della nostra mente quando è scollegata dagli organi di senso?
Chi, osservandoci dormienti, potrebbe vedere e toccare quel che per noi è reale quanto la terra sulla quale da desti muoviamo?
Dov’è dunque la materia? Ovunque e in nessun luogo. La materia è un’immagine che giace in un Centro.
Nominiamo distrattamente come reale quel che si rivela palpabile ai sensi, e confiniamo al mondo dell’irreale quel che invece lo stato onirico prima mostra e poi ritrae.
Accettiamo altresì che unicamente i sogni siano composti da immagini simboliche, indotte dagli stati d’animo o dalle necessità evolutive, non riuscendo a porre in analogia l’evidente similitudine che lega la “meccanica” che è causa dell’aggregazione del sogno, a quella che rivela la “dura” realtà che da desti ci avvolge, e che dovrebbe essere perciò interpretata in qualità di sogno collettivo capace, in quanto condiviso, di mantenere in espressione il fenomeno dell’apparenza.
Percepiamo così la nostra interiorità, con tutte le leggi che la compongono, immaginandola esterna perché incapaci di cogliere, mantenendolo attivo alla Presenza, quell’attimo discontinuo in cui possiamo realizzare che quel che pare penetri in noi tramite i sensi, non è in realtà autonomo e separato: è in noi contenuto, in noi osservato e reso reale unitamente all’istantaneo apparire del nostro stesso corpo.
Proviamo per un attimo a osservare in silenzio quel che abbiamo dinanzi. Distrattamente e per abitudine meccanica lo collocheremo senz’altro esterno, poiché è chiaro: noi siamo qui e la cosa è lì. Proviamo ora a portare l’attenzione verso il “luogo” in cui il processo prende forma. Dove osserviamo il mondo se non nella nostra mente? Non è un gioco di parole e nemmeno un esercizio d’astrazione; è un atto di volontà che ci porta oltre il limite imposto dalla condizione umana. L’osservatore, il Sé, genera il mondo restando immobile entro il proprio corpo mentale.
Si potrebbe obiettare che, se avessimo davvero la necessità di inglobare il mondo esterno per crearne una copia da poter osservare interiormente, i mondi sarebbero due. Così non è, poiché, anche se difficile da comprendere, il sé superiore immagina il proprio alter ego in divenire, ed il mondo circostante, all’interno di un unico campo mentale. Tutto l’insieme (universo, corpo fisico e mente) diviene una sola immagine interiore. L’apparenza fenomenica si genera dall’interno verso un apparente esterno e non viceversa. Il velo percettivo ci confina entro le membra impedendoci di accedere alla rivelazione.
Ci vediamo perciò indotti a interpretare il mondo che disegniamo nel momento stesso in cui lo percepiamo, utilizzando il medesimo strumento sia in fase creativa, ovvero costruttiva, sia in fase lettura, ovvero percettiva.
Il principio, ad esempio, che ci permette di aggregare la Bellezza del mondo è il medesimo che ci consente, all’istante, di comprenderla e di viverla entro l’animo. Lo stesso accade quando ci troviamo a considerare le geometrie disegnate, ad esempio, da Giove e Saturno. In quell’istante non stiamo semplicemente scoprendone la meraviglia: stiamo anche osservando, entro la mente, la matrice, l’ingranaggio stesso, del pensiero che ci permette di comprendere la natura concettuale del fenomeno osservato. Il sistema solare è pensiero esteriorizzato che rispecchia dunque nel suo insieme la meravigliosa macchina racchiusa nel nostro corpo mentale. Tutto quel che possiamo concepire con il cuore e con la mente ha, specularmente, la propria controparte manifesta.
L’apparenza fenomenica è tensione risultante, determinata dal differenziale di coscienza attivo tra la Triade e il dualismo psichico personale, in inconsapevole dialogo con Anima e Monade.
È la velata mente separativa (vista come insieme dell’umanità) a tenere il mondo dell’apparenza coeso e in manifestazione.